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I Nebrodi

I Monti Nebrodi

I monti Nebrodi, a ovest dei Peloritani, sono la parte centrale e più alta del territorio messinese, e si estendono in lunghezza per circa 70 Km. La loro origine geologica risale all'era terziaria, contemporaneamente all'orogenesi alpina, nel Pliocene (all'incirca da 6 a 2 milioni di anni fa), anche se fra le rocce plioceniche si trovano calcari più antichi, cioè mesozoici, interessati dagli stessi eventi geologici. Il nome Nebrodi è di origine greca e significa 'cerbiatti', toponimo che lascia intuire come le Caronie siano state un tempo più fitte 

di vegetazione ad alto fusto e abitate da cerbiatti, orsi, daini e animali da foresta, inesorabilmente cacciati fino alla loro scomparsa. 

La catena montuosa prende il nome anche di Caronie, derivato dal bosco di Caronia, il più grande della Sicilia e probabilmente anche il più bello. Appunto i boschi tuttora esistenti sono la prerogativa di questi luoghi siciliani, creando l'ambiente e il profumo caratteristico dei monti del nord, dai quali il mare è solo un termine geografico apparentemente lontanissimo. I boschi di Mangalaviti, di Troina a cavallo delle provincie di Catania e di Enna, di Grappida, il Petrosino e la Foresta Vecchia danno un aspetto particolare al versante occidentale dei Nebrodi, che sovente arriva alla costa con ampi declivi partenti dalle sommità tondeggianti delle montagne. 

Il settore orientale è intensamente coltivato a vegetazione arborea fra cui primeggia il nocciolo, oltre afrutteti e giartdini di agrumi, grazie all'abbondanza d'acqua irrigua e alla fertilità del terreno. I boschi di querce, lecci e faggi guarniscono la sequenza montagnosa intervallata da scorci improvvisi di ripidi valloni e di fiumare. Nel bosco del Tassito vive ancora il raro tasso baccato, conifera sempreverde di cui parecchi esemplari sono plurisecolari. 

 

Gli alberi, rigogliosi in un sottobosco altrettanto rigoglioso, formano un ambiente singolare: la 'piccola Svizzera' della Sicilia che durante l'inverno, con la neve, assume aspetti squisitamente nordici. 

Le cime più alte sono monte Soro (1847 m), monte Castelli e pizzo Pilato (1567 m), serra del Re (1754 m), serra di Trearie (1611 m) e punta dell'Inferno (1508 m). Un luogo particolare è il cosidetto Biviere di Cesarò, un piccolo lago che d'estate si riduce ad una pozza, nelle vicinanze del paese di Cesarò, luogo di richiamo per i volatili acquatici di passaggio. 

Sempre tra i boschi fitti, con faggete pluricentenarie, nell'area di monte Soro ecco portella Femmina Morta (1524 m), che domina l'area boschiva del paese di San Fratello. Stupende anche le foreste di Mistretta, più a ovest, le quali esaltano il valore naturalistico della catena dei Nebrodi tanto simile alle Alpi nei panorami, ma non solo; ad esempio anche qui ci sono paesini che d'inverno, sommersi dalla neve, rimangono isolati come Floresta il più alto della Sicilia, a 1275 m di quota. Inoltre, sul versante sud in comune con i Peloritani, sul massiccio compreso nella zona di Moio Alcantara, esiste il bosco Malabotta, anch'esso notevole per l'aspetto e la consistenza. 

Famosi fin dall'antichità sono i boschi di Mistretta, a conferma di quanto il territorio della provincia messinese ancora conserva per la gioia di coloro che sanno godere dei beni offerti dalla natura e si preoccupano di salvaguardarla dai pericoli delle distruzioni indiscriminate.

Tra i volatili da citare le cince bigie, i picchi muratori, gli storni neri, il picchio rosso maggiore, l'aquila del Bonelli, in pochi esemplari maestosi, e gli ultimi grifoni, in dialetto chiamati "vuturana", vicino al paese di Alcara li Fusi, forse ridotti a pochissime unità sia per la caccia criminale sia perchè avvelenati dalle carni delle volpi, uccise dal veleno sparso dai contadini per ridurne il numero, a protezione degli animali domestici. Nel cielo delle Caronie si possono notare pure il corvo imperiale, il gheppio e le trappole a stormi. 

Sul terreno esistono alcune rarità che si ritiene utile segnalare: la vipera dell'Hughy, che si mimetizza con le foglie del sottobosco, la testuggine palustre nel Biviere di Cesarò, il carabo planato, insetto marrone scuro, e l'afodio carpetano, un coleottero venuto dal nord durante le glaciazioni. Testimonianza vivente del passato ancestrale dei Nebrodi, che nell'ambito vegetale vantano l'Abies nebrodensis, rarissimo esemplare di flora montana risalente all'ultima glaciazione e la Petania saniculaefolia, una pianta comparsa nell'era terziaria, oltre due milioni di anni fa, che si trova sulle rive del torrente stagionale Calagne, nei pressi dei Tortorici. E terminiamo citando il Thalictrum calabrum, rara pianta ranuncolacea che vegeta nei dintorni di Militello Rosmarino, vicino a capo d'Orlando. 

La bellezza dei Nebrodi, che Carducci citò con rime classicheggianti, è dunque un patrimonio pulsante di vitalità, dove il silenzio regna sovrano.


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