Aree Archeologiche Siciliane

Segesta

Nascosta dietro le colline sorgeva, in tempi antichi la città di Segesta o Egesta. La città ha origine dagli Elimi, popolazione mista di sicani e di stranieri immigrati, forse anatolici. Divenuta greca osteggiò Selinunte, contro la quale invocò gli ateniesi nel 416 a.C. Invasa dai Cartaginesi, che distrussero Selinunte. La città prosperó nuovamente sotto Roma, per il benevolo trattemento di quest'ultima a causa di una presunta parentela degli Elimi con i romani. In seguito fu devastata dai Vandali e dai Saraceni che la distrussero. Durante il medioevo fu dimenticato anche il nome. 

Dell'antica colonia restano oggi il tempio dorico, situato ai piedi del monte Barbaro e il teatro che si trova a 800 metri di altezza dalla costa. Intorno alle rovine vi e' una campagna ricca di vigneti che si conservata intatta grazie al vincolo archeologico e alla vicinanza con la riserva naturale dello Zingaro. 

Uscendo dalla cittadina in direzione di Trapani ci si imbatte nel golfo del Monte Cofano, che ha conservato intatto la sua bellezza selvaggia. Nella tonnara poco distante, l'unica ancora attiva nell'isola, si organizzano gite con pescherecci a motore, che doppiano il monte dal versante di Comiso, per giungere fino alla torre di avvistamento che si trova sul lato opposto. 

Il tempio di Segesta 

Praticamente intatto, il tempio dorico di Segesta é periptero esastilo. Composto da uno stilobate a gradini, sul quale sorge il peristillo di 36 colonne (6 sulla fronte) che reggono ancora tutta la trabeazione e i due frontoni. Le colonne, che insieme con il capitello misurano 9,36 metri, hanno alla base un diametro di metri 1,95, e distano fra loro 2,40 metri. La trabeazione é alta 3,58 metri, le colonne di 10-12 rocchi, non furono scanalate. Dei quattro gradini dello stilobate solo il piú alto, rivolto verso nord, fu rifinito. Si è per molto tempo creduto che la costruzione del tempio fu interrotta nel 409 a.c., partendo dalla errata supposizione che l'erezione del tempio avesse proceduto dall'esterno verso l'interno (non vi è infatti traccia della cella), si pensa invece che si tratti di un peristilio pseudo-templare, destinato a dare aspetto e nobiltà di tempio greco a un luogo di culto indigeno consistente di un altare all'aperto. 


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